Associazione Culturale 'La Casa di Pitagora'

Associazione Culturale 'La Casa di Pitagora'

Verso l'umanesimo di Ugo Marano: dialogo con Silvia Pallini 21-22 Marzo '17 all'Ateneo Nomade e Triangolare

NewsPosted by Casaleilsughero Mon, March 20, 2017 15:37:08
ATENEO NOMADE E TRINAGOLARE: 21-22 MARZO 2017 OSPITA SILVIA PALLINI


Pubblichiamo un estratto dal lavoro di tesi che la studentessa fiorentina Silvia Pallini sta facendo investigando il profilo dell'artista Ugo Marano dal punto di vista di una studiosa di umanesimo rinascimentale.

Interessante l'emergere dalle sue memorie del ruolo della materia dell'opera di Marano 'non-più-figurativa' che tiene in relazione uomo e natura. Tuttavia, se teniamo a mente quell'estetica dell'insuccesso che ha tanto segnato il profilo artistico di Marano, diventa fruttuoso (e anche però arduo) tentare di leggere la soggettività di Marano in chiave umanistica classica.

Amedeo Trezza



L'arte di Ugo Marano è stato un dono: una scoperta inattesa avvenuta con l'incontro delle opere il 25 Ottobre 2016 a Napoli all'allestimento della mostra “UGO MARANO, handmaker felice” al Museo della Ceramica Duca De Martina nella Villa Floridiana, personale che si è tenuta dal 28 Ottobre al 27 Novembre 2016.nMi trovavo lì con Vincenzo Santoriello per la consegna di alcune opere.

L'incontro a Napoli è stato sincero, libero, autentico: incontro puro con l'opera d'arte, priva di titolo, di indicazione di qualsiasi natura. Né critica d'arte, né storia dell'arte, potevano parlare solo l'opera si declmava.

La vita e la forza dell'opera erano immense: un inno alla gioia. La forma semplice, minimale allo stesso tempo piena e poderosa, la linea, sintesi di segno e disegno puri, aveva la freschezza e la grazia dell'infanzia, la materia primitiva, rude, possente, affascinante del ferro resa docile, dolce e delicata.

Era apparizione di essere vivente gioioso pieno di grazia e amore nell'atto di accogliere il mondo e gli uomini tra alberi, cielo e animali, una presenza colma di pace, di forza vitale, di candore e armonia di uomo tra gli uomini e di uomo con la natura tra terra e cielo. (*)

L'opera con la sua sintesi formale di purezza espressiva non raffigura ma è essere umano che trascende l'umano nella sua immanenza in armonica unione col cosmo.

“[...] ma il mistero, in un dipinto, rischia di ridursi a nulla, a causa della sua incontestabile invisibilità. Non è forse ovvio che il mistero sia infigurabile?.

Sembra esserci un'unica risposta. Si, certo, il mistero è infigurabile. Ma che cosa si intende in questo caso per “figura”? Una figura è una configurazione del mondo visibile; è l'aspetto di un oggetto o di una creatura in generale. Alberti non l'intende diversamente; e neppure uno storico dell'arte, ai nostri giorni. San Tommaso d'Aquino ne ha data una definizione più rigorosa, parlando di una “forma di grandezza nelle cose corporee” (forma quanti in corporeis). Ricordiamo che nel famoso dizionario Catholicon, opera del predicatore domenicano Giovanni da Genova e che sappiamo essere in uso nel XV secolo, la definizione della parola “figura” inizia parimenti con l'idea di “forma naturale” (forma naturae). Attenendosi a una tale definizione, è dunque inevitabile concludere che un pittore può raffigurare dei corpi ma non il mistero insito in essi; e non si comprende come l'Angelico avrebbe potuto raffigurare che la parola angelica provenisse da un corpo senza polmoni, come avrebbe potuto raffigurare la dimensione profetica se non con quell'accessorio, piuttosto debole del libro aperto sulle ginocchia della Vergine....

Sappiamo però che esiste un senso della parola “figura” totalmente diverso, un senso che forse non rientrava nella terminologia di bottega dei pittori di storie, ma che era ben noto nel Quattrocento, in particolare tra le mura di un convento domenicano. Questo senso della parola “figura” rovescia, come abbiamo visto, il precedente. Nel passo citato del Catholicon, la definizione iniziale improvvisamente vacilla. Giovanni da Genova giunge a ravvicinare paradossalmente i tre verbi figurare, defigurare e prefigurare. Come mai? Perché figurare, spiega, consiste nel “trasporre il senso in un'altra figura” (in adiam figuram mutare). Dar figura a qualcosa, secondo ad una tale accezione, non significa dunque restituire l'aspetto di quella cosa; al contrario, significa conferirle un altro aspetto, cambiarne, (mutare) la visibilità, introdurvi l'eterogeneità, l'alterità. Insomma raffigurare una cosa equivale a significarla mediante qualcos'altro che non è il suo aspetto. [...]”

“[...]Questo presuppone infine – terza conseguenza – che tale dipinto non sia esplicito, e sia esso stesso eseguito ad immagine del mistero che intende figurare. Questo presuppone un dipinto con un disegno enigmatico, latore di un segreto, un dipinto che, in un certo modo, possa implicare il mistero. Ma la stabilità realistica degli oggetti rappresentati rischia di risultarne inficiata. Se il verbo “figurare”, nella definizione che ne dava il Catholicon, si avvicina non soltanto al verbo “prefigurare” ma anche al verbo “defigurare”, è perché il concetto paolino di figura risultava radicalizzato in tutta la tradizione medioevale derivante dallo Pseudo-Dionigi l'Areopagita. Si era radicalizzato tramite lo strano concetto delle similitudini dissimili, concetto basato sull'ipotesi che, per figurare il mistero dell'Incarnazione del Verbo – due categorie eterogenee “sublimemente” ritenute in una sola persona – era meglio produrre nell'immagine la presenza stessa (una ipotesi, si dovrebbe dire) dell'eterogeneità, del senza-relazione, dell'inimmaginato. Come se, fornendo la relazione fra due fatti, tra due oggetti o tra due esseri, dunque tra due “similitudini” diverse, la figura riuscisse a includere – e a esibire – la dissomiglianza che li separava: un modo per diventare essa stessa puro mistero; conseguenza estrema del fatto di essersi distolta dalla storia. Perché il pittore che si allontana dalla storia produce nelle sue figure un tempo che non è più un instante, e un luogo che non è più uno spazio.”

Le opere di Ugo Marano si dischiudevano come una primavera dolce e delicata che nasce gradualmente generata dall'armonia che esclude esplosione. Prendeva forma un respiro calmo, profondo, incontro, musica polifonica: amore universale che conduce l'animo alla luce.

La visione di qualcosa non è da mettere in esclusiva relazione all'entità di questa ma anche a chi la guarda come per le opere che hanno il mistero della vita incarnato possono essere mute a molti che a gradi diversi si fermano a letture che mai lo sfiorano.

Perciò se questo c'è è sempre pronto a rivelarsi, a chi tace, come potenza creatrice nella forma ma non perché questa lo riveli in sé per sé ma perché ne è la generazione.

Silvia Pallini






Fill in only if you are not real





The following XHTML tags are allowed: <b>, <br/>, <em>, <i>, <strong>, <u>. CSS styles and Javascript are not permitted.