Associazione Culturale 'La Casa di Pitagora'

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Nuova Cattedra a Lello Esposito: Identità e metamorfosi del contemporaneo

NewsPosted by Casaleilsughero Mon, July 10, 2017 16:00:14


Nella splendida cornice della sala mostre a Palazzo Turchi di Bagno, sede del Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Ferrara, Lello Esposito riceverà una cattedra alla carriera anche per la sua attività artistica nel Ferrarese . nella stessa sala verrà esposta una tela di 40 mq dal titolo Pulcinella sul PO di Volano.

L’esperienza fatta a Ferrara e nel Copparese con Fabbrica Creativa segnalano la capacità dell’artista di sviluppare empatia con il territorio che aspira ad entrare nel contemporaneo accettando il cambiamento necessario.

L’Ateneo Nomade e Triangolare del Cilento e Patrizio Bianchi già rettore dell’Università di Ferrara nel ringraziare l’artista per la sua opera ospitata per oltre 10 anni nel territorio in evoluzione creativa legata al piano strategico del Copparese , conferiscono alle ore 18 del giorno 15 luglio.. la cattedra ad honorem Identità e Metamorfosi riconoscendo all’artista il valore concettuale della sua opera e del suo agire per i luoghi e le città del mondo.

L’artista acconsente che una sua opera venga messa all’asta per finanziare le attività del Museo di Ateneo che da qualche anno si segnala per la sua attività di ricerca e comunicazione innovativa.

La mostra è accompagnata dalla presenza di altre opere significative in video ed a stampa d’arte.

MUM Ferrara & MUM Cilento insieme a Polo Museale di Ateneo





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Laboratorio di ceramica del Cilento antico

NewsPosted by Casaleilsughero Fri, May 19, 2017 16:18:41


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Laboratorio di cosmesi naturale: calendula e camomilla

NewsPosted by Casaleilsughero Tue, April 25, 2017 23:23:08
Appuntamento laboratoriale in Cilento il 6 e 7 Maggio 2017 in collaborazione col Gruppo Decrescita Felice di Salerno: dalle materie prime vegetali spontanee che ci offre la biodiversità della rete ecologica del nostro territorio possono nascere delle pratiche resilienti e sostenibili per la cura delle nostre menti e dei nostri corpi e che quindi ci pongono sempre più in "relazione felicitante" - come ci ricorda sempre il nostro amico irpino Dario - con la natura che ci ospita.









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Verso l'umanesimo di Ugo Marano: dialogo con Silvia Pallini 21-22 Marzo '17 all'Ateneo Nomade e Triangolare

NewsPosted by Casaleilsughero Mon, March 20, 2017 15:37:08
ATENEO NOMADE E TRINAGOLARE: 21-22 MARZO 2017 OSPITA SILVIA PALLINI


Pubblichiamo un estratto dal lavoro di tesi che la studentessa fiorentina Silvia Pallini sta facendo investigando il profilo dell'artista Ugo Marano dal punto di vista di una studiosa di umanesimo rinascimentale.

Interessante l'emergere dalle sue memorie del ruolo della materia dell'opera di Marano 'non-più-figurativa' che tiene in relazione uomo e natura. Tuttavia, se teniamo a mente quell'estetica dell'insuccesso che ha tanto segnato il profilo artistico di Marano, diventa fruttuoso (e anche però arduo) tentare di leggere la soggettività di Marano in chiave umanistica classica.

Amedeo Trezza



L'arte di Ugo Marano è stato un dono: una scoperta inattesa avvenuta con l'incontro delle opere il 25 Ottobre 2016 a Napoli all'allestimento della mostra “UGO MARANO, handmaker felice” al Museo della Ceramica Duca De Martina nella Villa Floridiana, personale che si è tenuta dal 28 Ottobre al 27 Novembre 2016.nMi trovavo lì con Vincenzo Santoriello per la consegna di alcune opere.

L'incontro a Napoli è stato sincero, libero, autentico: incontro puro con l'opera d'arte, priva di titolo, di indicazione di qualsiasi natura. Né critica d'arte, né storia dell'arte, potevano parlare solo l'opera si declmava.

La vita e la forza dell'opera erano immense: un inno alla gioia. La forma semplice, minimale allo stesso tempo piena e poderosa, la linea, sintesi di segno e disegno puri, aveva la freschezza e la grazia dell'infanzia, la materia primitiva, rude, possente, affascinante del ferro resa docile, dolce e delicata.

Era apparizione di essere vivente gioioso pieno di grazia e amore nell'atto di accogliere il mondo e gli uomini tra alberi, cielo e animali, una presenza colma di pace, di forza vitale, di candore e armonia di uomo tra gli uomini e di uomo con la natura tra terra e cielo. (*)

L'opera con la sua sintesi formale di purezza espressiva non raffigura ma è essere umano che trascende l'umano nella sua immanenza in armonica unione col cosmo.

“[...] ma il mistero, in un dipinto, rischia di ridursi a nulla, a causa della sua incontestabile invisibilità. Non è forse ovvio che il mistero sia infigurabile?.

Sembra esserci un'unica risposta. Si, certo, il mistero è infigurabile. Ma che cosa si intende in questo caso per “figura”? Una figura è una configurazione del mondo visibile; è l'aspetto di un oggetto o di una creatura in generale. Alberti non l'intende diversamente; e neppure uno storico dell'arte, ai nostri giorni. San Tommaso d'Aquino ne ha data una definizione più rigorosa, parlando di una “forma di grandezza nelle cose corporee” (forma quanti in corporeis). Ricordiamo che nel famoso dizionario Catholicon, opera del predicatore domenicano Giovanni da Genova e che sappiamo essere in uso nel XV secolo, la definizione della parola “figura” inizia parimenti con l'idea di “forma naturale” (forma naturae). Attenendosi a una tale definizione, è dunque inevitabile concludere che un pittore può raffigurare dei corpi ma non il mistero insito in essi; e non si comprende come l'Angelico avrebbe potuto raffigurare che la parola angelica provenisse da un corpo senza polmoni, come avrebbe potuto raffigurare la dimensione profetica se non con quell'accessorio, piuttosto debole del libro aperto sulle ginocchia della Vergine....

Sappiamo però che esiste un senso della parola “figura” totalmente diverso, un senso che forse non rientrava nella terminologia di bottega dei pittori di storie, ma che era ben noto nel Quattrocento, in particolare tra le mura di un convento domenicano. Questo senso della parola “figura” rovescia, come abbiamo visto, il precedente. Nel passo citato del Catholicon, la definizione iniziale improvvisamente vacilla. Giovanni da Genova giunge a ravvicinare paradossalmente i tre verbi figurare, defigurare e prefigurare. Come mai? Perché figurare, spiega, consiste nel “trasporre il senso in un'altra figura” (in adiam figuram mutare). Dar figura a qualcosa, secondo ad una tale accezione, non significa dunque restituire l'aspetto di quella cosa; al contrario, significa conferirle un altro aspetto, cambiarne, (mutare) la visibilità, introdurvi l'eterogeneità, l'alterità. Insomma raffigurare una cosa equivale a significarla mediante qualcos'altro che non è il suo aspetto. [...]”

“[...]Questo presuppone infine – terza conseguenza – che tale dipinto non sia esplicito, e sia esso stesso eseguito ad immagine del mistero che intende figurare. Questo presuppone un dipinto con un disegno enigmatico, latore di un segreto, un dipinto che, in un certo modo, possa implicare il mistero. Ma la stabilità realistica degli oggetti rappresentati rischia di risultarne inficiata. Se il verbo “figurare”, nella definizione che ne dava il Catholicon, si avvicina non soltanto al verbo “prefigurare” ma anche al verbo “defigurare”, è perché il concetto paolino di figura risultava radicalizzato in tutta la tradizione medioevale derivante dallo Pseudo-Dionigi l'Areopagita. Si era radicalizzato tramite lo strano concetto delle similitudini dissimili, concetto basato sull'ipotesi che, per figurare il mistero dell'Incarnazione del Verbo – due categorie eterogenee “sublimemente” ritenute in una sola persona – era meglio produrre nell'immagine la presenza stessa (una ipotesi, si dovrebbe dire) dell'eterogeneità, del senza-relazione, dell'inimmaginato. Come se, fornendo la relazione fra due fatti, tra due oggetti o tra due esseri, dunque tra due “similitudini” diverse, la figura riuscisse a includere – e a esibire – la dissomiglianza che li separava: un modo per diventare essa stessa puro mistero; conseguenza estrema del fatto di essersi distolta dalla storia. Perché il pittore che si allontana dalla storia produce nelle sue figure un tempo che non è più un instante, e un luogo che non è più uno spazio.”

Le opere di Ugo Marano si dischiudevano come una primavera dolce e delicata che nasce gradualmente generata dall'armonia che esclude esplosione. Prendeva forma un respiro calmo, profondo, incontro, musica polifonica: amore universale che conduce l'animo alla luce.

La visione di qualcosa non è da mettere in esclusiva relazione all'entità di questa ma anche a chi la guarda come per le opere che hanno il mistero della vita incarnato possono essere mute a molti che a gradi diversi si fermano a letture che mai lo sfiorano.

Perciò se questo c'è è sempre pronto a rivelarsi, a chi tace, come potenza creatrice nella forma ma non perché questa lo riveli in sé per sé ma perché ne è la generazione.

Silvia Pallini





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Lezione di Franco Arminio per l'Ateneo Nomade e Triangolare

NewsPosted by Casaleilsughero Mon, March 20, 2017 14:31:54

La battaglia del poeta è anche la richiesta di un’altra visione del fare pianificazione e programmazione, puntando sulla sussidiarietà orizzontale e sulla capacità di intrecciare storie capaci di riscrivere la mappa del territorio in termini di geografia delle emozioni e delle esperienze, fino a dare consistenza a nuovi nodi di senso, proteggendo tutti i luoghi e prospettando nuovi intrecci di urbanità.

Pasquale Persico



APPUNTI PER CHI SI OCCUPA DI SVILUPPO LOCALE

1.
Vivere nel luogo in cui sei nato, nella casa in cui sei nato, è una cosa rischiosa. È come giocare in fondo al pozzo. Si nasce per uscire, per vagare nel mondo. Il paese ti porta alla ripetizione. In paese è facile essere infelici. I progetti di sviluppo locale devono tenere conto di questo fatto: non li possono fare da soli i rimanenti, perché in paese non c’è progetto, c’è ripetizione. In un certo senso il paese ti mette nello schema dell’oltranza e non in quello della brevità. È difficile essere concisi. È difficile essere innovatori. In genere ognuno fa quello che ha sempre fatto, giusto o sbagliato che sia. Se nella pasta ci vogliono due uova piuttosto che una, comunque tutti continueranno a usarne due. E chi beve non troverà nessun incentivo a smettere. E chi si guasta lo stomaco mangiando troppo continuerà a mangiare troppo. Ci sono due abitanti tipici, il ripetente e lo scoraggiatore militante. Spesso le due figure sono congiunte, nel senso che lo scoraggiatore è per mestiere abitudinario, non cambia passo, continua a scoraggiare, è appunto un militante. Più difficile essere militanti della gratitudine, della letizia. È come se la natura umana in paese fosse più contratta, non riuscisse a diluirsi. E si rimane dentro un utero marcito. Il paese è pericoloso, bisogna saperlo, è un toro con molte corna. Allora se da una parte la città è disumana, il paese è troppo umano, non ti libera mai dall’umano e dunque dal senso della morte e dal senso della ripetizione. Alla fine nel suo senso più profondo la vita è quella cosa che può finire in qualsiasi momento, ma che intanto prosegue più o meno allo stesso modo. E questo in paese è più chiaro. In città è come se agisse un principio diversivo, come se ci fossero altre possibilità. In realtà non ci sono, ma è come se avessi l’illusione che ci siano.
Fatte queste premesse, come si fa a fare progetti di sviluppo locale? La chiave è dare forza a nuove forme di residenza. Il paese deve essere scelto e non subito. Chi arriva da lontano ha un piglio, una disponibilità che non trovi in chi è affossato nel suo paese. Il residente a oltranza anche quando è animato da buona volontà tende a impigliarsi nelle proprie nevrosi. Il paese tende a essere nevrotico. Il paese non sta bene, questo è il punto. E non ha voglia di curarsi. Lo sviluppo locale si può fare partendo da queste premesse. Alllora bisogna aprire porte che non ci sono, bisogna esercitarsi nell’impensato, bisogna essere rivoluzionari se si vuole riformare anche pochissimo. I paesi non moriranno, anche grazie ai loro difetti, grazie al loro essere luoghi che tutelano le malattie di chi li abita. In paese si fallisce, ma in un certo senso non si fallisce mai perché si fallisce a oltranza. È come dormire sempre nelle stesse lenzuola. Bisogna arieggiare il paese portando gente nuova, il paese deve essere un continuo impasto di intimità e distanza, di nativi e di residenti provvisori. Questo produce una dinamica emotiva ed anche economica. E la dinamica è sempre contrario allo spopolamento: bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.
Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti solo dal punto di vista urbanistico, si sono sparpagliati nel paesaggio, a imitazione della città, ma è rimasta la contrazione emotiva. Il paese va aperto tenendolo raccolto. Lo sviluppo locale si fa ridando al paese una sua forma, ricomponendolo, rimettendolo nel suo centro, ma nello stesso tempo c’è bisogno di apertura. Lo sviluppo lo può fare chi lo attraversa il paese con affetto, non chi ci vive dentro come se fosse una cisti, un’aderenza, un cancro.
Il mondo ha bisogno di paesi, ma non come luoghi obbligati, come prigioni per ergastolani condannati a vivere sempre nello stesso luogo. Il paese deve essere organizzato come se fosse un premio, non come una condanna. Lo sviluppo locale si fa pensando a un luogo dove si premia un’esistenza, si dà una possibile intensità, quella che viene dall’essere in pochi, quella che viene dall’avere tanto paesaggio a disposizione. Allora non si dà sviluppo locale facendo ragionamenti quantitativi, mettendo il pensiero economico metropolitiano nell’imbuto del paese. Ci vuole un pensiero costruito sul posto, ma non solamente dagli abitanti del posto. Il segreto è l’intreccio e deve essere un intreccio reale, non il prodotto di un’assemblea, di un incontro estemporaneo. Chi vuole salvare i paesi deve entrarci dentro e in un certo senso deve buttare fuori chi ci vive dentro. Si deve realizzare uno scambio continuo, qualcosa di simile al meccanismo del sangue venoso e di quello arterioso. Lo sviluppo locale deve imitare la circolazione del sangue. In un certo senso si tratta di mettere mano agli organi interni. Spesso i paesi più belli sono quelli vuoti, come se fossero uccelli svuotati dello loro viscere. È come se la parte viscerale del paese fosse quella più malata, quella più accanita a tutelare la sua malattia. Un’azione di sviluppo locale allora deve essere delicata ma anche dura, deve togliere al paese i suoi alibi, i suoi equilibri fossilizzati, deve cambiare i ruoli: magari le comparse possono essere scelte come attori principali e gli attori principali devono essere ridotti a comparse. E allora non si fa sviluppo locale senza conflitto. Se non si arrabbia nessuno vuole dire che stiamo facendo calligrafia, vuol dire che stiamo stuccando la realtà, non la stiamo trasformando.

2.
I progetti di sviluppo locale negli ultimi anni non hanno dato grandi risultati. Ci sono fontane restaurate che sono di nuovo in disuso. Ci sono piazze molto volte ripavimentate, ma mentre si posavano le pietre, gli abitanti di queste piazze posavano la loro vita al cimitero. E i ragazzi cercavano un Nord che non c’è più. Qui parlo di Sud, ma il tema dello spopolamento non è il tema del Sud, è il tema delle montagne. E allora ragionare di montagne vuole dire capire che spazio sono le montagne. Forse più che dello sviluppo, le montagne hanno bisogno della gioia. Nei progetti di sviluppo locale non si parla mai delle gioia. Lo sviluppo ha bisogno di schede, è inteso come un risultato alla fine di un processo. La gioia è intesa come qualcosa di intimo, di ineffabile. Forse è venuto un tempo in cui la gioia deve essere immessa nello spazio sociale come elemento cruciale. Anche salutare un vecchio è un progetto di sviluppo locale. Non ha senso lavorare a progetti in cui tutto si risolve in una dimensione monetaria. Il denaro tende a scendere a valle, non rimane sulle montagne. Lo sviluppo locale deve fecondare passioni. Se ti regalo una mungitrice e tu pensi alle Mercedes più che alla mucca, non ho risolto nulla. Se lavoriamo a un progetto per anni e non ci accorgiamo che un forno sta per chiudere vuol dire che stiamo facendo retorica dello sviluppo, vuole dire descrivere lo sviluppo senza darlo. È come accendere una candela in una grotta molto grande: le candele descrivono la luce, non la danno. I governi in questi anni sono stati profondamente disonesti con i paesi e le montagne. Non si può tollerare che un caffè costa molto di più di un uovo fresco. E un quintale di grano costa meno di un shampo dal parrucchiere.
Il fuoco centrale dello sviluppo locale non può che essere la terra. È intollerabile che l’Italia importa un milione di vitelli. Dobbiamo mangiare la nostra carne, mangiarne poca, ma buonissima. I paesi devono produrre cibo di altissima qualità, i paesi vanno concepiti come farmacie: aria buona, buon cibo, silenzio, luce. E poi il soffio del sacro. Dove si è in pochi nessun cuore è acqua piovana. Ma bisogna immettere enzimi dall’esterno. Bisogna portare nelle montagne i pionieri del nuovo umanesimo. Più che mandare i soldi, bisogna trovare il modo di portare nei paesi e nelle montagne le persone giuste. E far rimanere le persone giuste. Allora un progetto di sviluppo locale ragiona di persone, non ragiona di progetti, i progetti vengono dopo. È molto discutibile questa logica che prima si fanno i progetti e poi si vede se c’è qualche persona che li può interpretare. A volte si fanno sceneggiature staccate dalla realtà. Come se nel film si potessero trovare delle scimmie al Polo Nord.
E poi c’è la questione del tempo. Un progetto di sviluppo locale non si elabora e poi si realizza. Bisogna cominciare, magari con un pezzo piccolissimo, e mentre si realizza qualcosa si continua a elaborare il progetto. Mentre immaginiamo come razionalizzare la sanità, intanto ripariamo le buche sulle strade.
Giustamente si dice che ci vogliono i servizi e ci vuole il lavoro, altrimenti la gente va via. Ma il rischio sono sempre le astrazioni. Ci sono servizi inutili e lavori che non servono a niente. Bisogna partire da chi c’è in un certo luogo e da chi potrebbe arrivare. E allora ecco che si ragiona su certi servizi e su certi lavori. Magari in un paese serve un barbiere, non serve un centro di documentazione per lo sviluppo locale. Magari in un paese serve un infermiere che va in giro per i vicoli, non serve un progetto di telemedicina che serve a far girare carte che poi nessuno guarda.
Ecco che la visione poetica dello sviluppo locale in realtà si rivela molto più concreta dei tecnicismi che ci hanno funestano negli ultimi decenni. Olivetti faceva lavorare nella sua fabbrica artisti e scrittori. E la sua fabbrica da un paese era diventata avanguardia mondiale. Forse quando parliamo di sviluppo locale sarebbe opportuno ripassarsi la lezione di Olivetti e la sua idea di comunità. Olivetti puntava sulle persone. L’Italia interna ha bisogno di persone, deve trovare e incoraggiare le persone che contengono avvenire. Capisco che ci vogliono strumenti, bisogna ingegnerizzare bene le questioni per evitare che restino sulla carta, ma non si può tollerare che mentre mettiamo a punto i nostri schemi le persone perdono fiducia, vanno via.

FRANCO ARMINIO

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Giornata nazionale del Paesaggio

NewsPosted by Casaleilsughero Wed, March 08, 2017 23:22:56


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Laboratorio Primavera 2017: l'Aloe

NewsPosted by Casaleilsughero Wed, February 22, 2017 14:48:13


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Premio Recupera_Riabita 2015 per il 2016 a Casale Il Sughero

NewsPosted by Casaleilsughero Sat, November 26, 2016 18:32:53

Recuperare angoli abbandonati di territorio rurale a nuova urbanità possibile e riabitarli facendone piccoli punti di presidio per nuove esistenze e modi di stare al mondo è stato ed è una continua scommessa di resilienza e di incontro possibile con l’altro. È per questo che essendomi messo alcuni anni fa io stesso ‘in viaggio’ interiore e quotidiano, continuo ad avere a cuore le sorti di viaggiatori temporanei che – con l’anima e col corpo – vogliono conoscere a loro volta un ‘altro’ modo di interpretare lo stare al mondo, un po’ ‘laterale’ e per questo più rischioso ma di certo più affascinante.

È in questo spirito dunque che, nel nostro modo di vedere, l’accoglienza non è mai stata una categoria merceologica ma è invece incontro e scambio, occasione di scelte di relazioni più consapevoli e felicitanti, dove l’incontro finalmente trova modo di essere vera occasione di reciprocità.

Casale Il Sughero è quindi soprattutto un progetto filosofico e sociale che si pone come obiettivo il recupero del rapporto simbiotico e “bastevole” tra uomo-natura-territorio, che ritengo sia l’alternativa al modello di sviluppo improntato al consumo e una risposta funzionale che superi in maniera costruttiva il concetto di decrescita. Un ritorno alla terra e la volontà di riabitare luoghi abbandonati come scelta di vita da condividere per realizzare un nuovo equilibrio socio-economico e una nuova armonia con l’ambiente e con se stessi, all’insegna della gestione durevole delle risorse.






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